Per buona parte del Novecento, le coperture dei nostri condomìni hanno ospitato antenne, serbatoi, stenditoi. Negli ultimi anni qualcosa sta cambiando: in diverse città italiane gli abitanti hanno cominciato a guardare al tetto come a uno spazio comune da progettare insieme. Non un'amenità privata, ma un luogo di vicinato.
Torino: il tetto delle Vallette
Nel quartiere Vallette, alla periferia nord di Torino, un edificio di edilizia residenziale pubblica ha visto la sua copertura piana trasformarsi in un piccolo orto di comunità. Il progetto è stato avviato nel 2023 da un'associazione di quartiere, con il supporto del Comune e di un piccolo studio di architettura del paesaggio.
La logica è sobria: cassoni in legno trattato, un sistema di irrigazione a goccia alimentato da un serbatoio di raccolta dell'acqua piovana, una zona ombreggiata con sedute. Le verdure coltivate sono distribuite tra le famiglie partecipanti, ma il vero risultato — raccontano gli abitanti — non è il raccolto: è il fatto di conoscersi.
Bologna: una corte, in alto
Nel quadrilatero di via Mascarella, un condominio di otto famiglie ha investito su una piccola riqualificazione del lastrico solare. La parola d'ordine è stata essenzialità: pavimentazione in legno termotrattato, sedute integrate, una pergola con piante rampicanti, qualche fioriera con essenze aromatiche.
«Non volevamo creare un luogo da fotografare, ma un luogo da abitare. Una specie di cortile, ma in alto.»
Il regolamento di utilizzo, scritto in assemblea, è breve: si può salire dalle 8 alle 23, si rispetta il riposo dei vicini, si annaffia a turno. Funziona.
Palermo: la cucina del quartiere
L'esperienza più radicale viene da Palermo. In via Maqueda, un'associazione culturale ha riqualificato il tetto di un palazzo storico per ospitare cene di quartiere a prezzo simbolico, aperte sia ai residenti che ai turisti. Il progetto, sostenuto da bandi pubblici regionali, mette al centro la cucina di prossimità: ortaggi locali, pesce povero, pane di grano antico.
Il rooftop, in pietra recuperata e con una pergola di canne, ospita due tavoli lunghi che ricordano i banchetti di paese. Nessun servizio di lusso: solo la qualità del cibo, il canto delle rondini e una vista sui tetti del centro storico.
Cosa abbiamo imparato
Da queste tre esperienze, molto diverse tra loro, emergono alcune costanti.
- Un patto scritto: la chiarezza degli accordi tra abitanti previene la maggior parte dei conflitti.
- Sobrietà progettuale: i progetti che durano sono quelli che chiedono poca manutenzione e nessun arredo "fragile".
- Cura distribuita: una copertura comune funziona quando la responsabilità è di tutti, ma le mansioni sono di ciascuno, a turno.
- Apertura graduale: il passaggio da spazio condominiale a spazio di quartiere richiede tempo e fiducia. Va costruito.
Una prospettiva
I numeri esatti dei rooftop condivisi italiani non li conosciamo: non esiste un registro nazionale. Ma le segnalazioni che arrivano alla nostra redazione raccontano una tendenza inequivocabile. C'è un'Italia che ha smesso di considerare il proprio tetto come un luogo da rimuovere mentalmente — e ha cominciato a salirci. Spesso con una sedia, un libro, o un piatto da condividere.